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TeleSchermi e Glocal 2.0

Gnuletter di un maggio, questa volta afoso e di luna calante, In cui si tratta di

  • Treno di Cage con funghi,
  • De Generazioni,
  • Deriva del continente broadcast: dal MassMedia al MyMedia,
  • Comunità locali nel globale delle reti,
  • Trekking teatrali radioguidati raccogliendo erbe buone e legna,
  • Performing Media per il WebDesign,
  • KiberKroton,
  • Creativity Blog.


Giovedi su Nova-Sole24ore si parla della riedizione del Treno di John Cage che trent’anni fa con il suo happening sonoro segnò una generazione e anticipò la multimedialità. L’evento, diretto oggi musicalmente da Alvin Curran con un omaggio sui funghi amati e studiati, si svolgerà tra Bologna a Porretta, in treno.

Nel catalogo c’è un testo su Il teatro dell’ascolto 2.0.

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A Padova

il 28 maggio (dalle ore 18), nell’ambito di DeGenerazioni promosso dal Tam si segnala la performance I centrini di Penelope: esercizi di seduzione in attesa di Ulisse

 

A Sanremo

il 29 e 30 maggio, si svolge TeleSchermi. Due giornate di brainstorming sulla mutazione audiovisiva: dalla tirannia dell’audience alla lunga scia del web 2.0.

Se ne parla qui e qua . A proposito di Key4Biz: si segnala la loro rubrica Who_is_who

 

 

Nel Piceno, tra Grottammare e Castel Trosino,

dall’1 al 3 giugno si svolge Glocal 2.0. Comunità Locali nell’era globale delle reti.

Un evento, promosso da Comunanze.net che si articola attraverso seminari sulla creatività sociale, laboratori d’interaction design e una serie di azioni di performing media della Koinè. Si annunciano Pellegrinaggi per Autoradio e trekking teatrali radioguidati per raccogliere erbe buone e legna da ardere.

E’ un bel ponte di prima estate quello, stabilisci il contatto con le comunanze picene per organizzarti l’ospitalità.

 

 

A Roma,

il 9 giugno, alla Casa delle Letterature (piazza dell’Orologio, 3) dalle ore 18 alle 20, continua il Laboratorio di Scrittura On Line, a cui è possibile partecipare come uditori. C’è anche un blog-cantiere progettuale: si sta mettendo a punto l’idea di una geo-referenziazione della letteratura che riguarda lo ScrivereRoma.

 

 

S’è concluso il convegno-evento Kiber Kroton su Il Futuro del Passato,ovvero come coniugare tecnologie e beni culturali archeologici per rilanciare lo sviluppo della Provincia di Crotone. Nel blog si trovano le tracce dell’evento.

Altre segnalazioni:

Creativity Blog per il Forum PA- Pubblica Amministrazione al Centro dell’Innovazione.

Costellazioni in rete (entrare in Visita in chat)

oask said,

Maggio 28, 2008 @ 9:45 am

il blog di claudia/penelope
http://degenerazioni08.blogspot.com/

oask said,

Giugno 5, 2008 @ 6:01 pm

il blog di teleschermi
http://www.teleschermi.com/wordpress/index.php

oask said,

Giugno 5, 2008 @ 6:02 pm

il testo x il libro sul Treno di Cage

Il teatro dell’ascolto 2.0

“La musica è i suoni: i suoni che ci circondano, ci si trovi o no in una sala da concerto…”
E’ da questo suggerimento di John Cage che è possibile partire per ripercorrere le tracce di uno degli happening più emblematici del nostro tempo. “Il Treno di John Cage” nel giugno del 1978 segnò uno spartiacque nella cultura musicale. Una sottile linea discriminante tra chi pensa solo alla musica come un’espressione artistica che orbita intorno ad un sistema tonale ( ma anche oltre) e chi crede che la musica sia solo una componente di un più vasto universo sonoro nei confronti del quale non c’è che da affinare le arti proprie dell’ascolto.
“Il Treno di John Cage” si sviluppò in “tre escursioni per treno preparato”, coniugando l’happening d’ispirazione Fluxus (il movimento neo-dada di cui Cage fu uno dei perni) con un’opera tesa a rendere esplicita l’idea di Paesaggio Sonoro.
Questo termine era stato lanciato da Raymond Murray Schafer che con il suo libro “Soundscapes” del 1977 aveva tracciato una pista fondamentale per le nuove sensibilità della ricerca sonora. Ma è con il treno di John Cage che ha preso forma un grande gioco partecipativo, fondamentalmente ludico, che ha permesso di liberare un’energia sociale che proprio in quegli anni conflittuali, in Italia in particolare, era andata dispersa in un antagonismo senza respiro. Un’energia desiderante che il Movimento del ’77 era riuscito anche ad esprimere attraverso la sua ”ala creativa” ma che rimase sepolta dalle macerie dello scontro al rialzo.
La mia memoria per quella straordinaria opportunità offerta da Cage ( e dal teatro Comunale di Bologna) è prima di tutto densa di gratitudine per avere creato, in quegli anni così incasinati e amari, un’eco che ha messo in risonanza quell’energia desiderante dissipata.
Allora, su quel treno, ascoltavo divertito, meravigliato, sollecitato e prendevo appunti per un articolo da scrivere. Allo stesso tempo acquisivo un imprinting che mi avrebbe permesso un paio di anni più tardi di fare radio, per la trasmissione del pomeriggio “Un Certo Discorso”, (RadioTre) di un ciclo definito “Materiali di un viaggio nel Mezzogiorno”, una sorta di blog radiofonico. Molto probabilmente non sarebbe successo se non avessi vissuto quell’esperienza nel treno. Vallo a sapere. E seguendo questa pista (quella dell’imprinting) rifletto a come quel “Grande Gioco” basato sul principio partecipativo dell’happening sia alla base della mia attenzione su ciò che definisco la “via ludico-partecipativa alla cittadinanza digitale” che si sta sviluppando ora sull’onda del blogging e del social tagging. Tendenze che stanno dando corpo al fenomeno del web 2.0, ovvero la rete prodotta dai suoi utenti. E’ in linea con questa combinazione logica che penso a quanto la condizione percettiva di un paesaggio sonoro sia direttamente proporzionale alla nostra capacità di esprimere un “teatro dell’ascolto”. E intrecciando gli elementi che ho appena disposto in questo ragionamento, arrivo ad affermare, a proposito di questa nuova edizione del treno di John Cage, a qualcosa che definisco teatro dell’ascolto 2.0. Prima di tutto perché ciò che tende a rilanciare è la qualità partecipativa all’happening, dove il valore risiede nella produzione creativa dei suoi utenti, gli ascoltatori.
L’ascoltatore è il produttore del proprio ascolto, inteso sia come “azione” sia come “risultato dell’attenzione”, un valore attivo, creativo. Il fatto stesso che in quel treno l’ascolto fosse contemplato come un elemento costitutivo della regia multimediale dell’evento (secondo cui venivano messe “in onda”, attraverso un video a circuito chiuso anche le immagini dei vari scompartimenti-live act) rilanciava lo spirito di una straordinaria performance sinestetica, con intuizioni che di fatto anticipavano la multimedialità. Un aspetto che non addizionava medium a medium, ma moltiplicava il fattore percettivo, invitando a selezionare, a non soccombere al rumore di fondo delle ridondanze. E’ questa la differenza tra la multimedialità creativa e quella che si autocompiace delle tecnologie esposte.
Non dimentichiamo , nfatti, che il sottotitolo di quel Treno di Cage era “Alla ricerca del silenzio perduto”. Il silenzio inteso prima di tutto come attenzione e selezione e quindi come grado zero del paesaggio sonoro. Contemplato come un punto d’arrivo. In quell’esperienza memorabile del 1978, la ricerca del silenzio fu uno degli ardui obiettivi, così rivendicata allora da Juan Hidalgo, il musicista che (con Walter Marchetti) si occupò principalmente dei paesaggi sonori, a partire dallo sferragliare del treno diffuso all’interno dei vagoni: “accompagnato dal rumore del treno, nel viaggio di ritorno si ascolteranno i suoni della stazione di notte, vuota, calma, dove ritroveremo Il Silenzio Perduto”.
Cage impostò la sua ricerca musicale su questo paradosso: cercare il suono nel silenzio. Lo fece con un atto esemplare dal titolo 4’33” Silence che invitava ad ascoltare nel silenzio i suoni dell’ambiente. Quella composizione affermava semplicemente un intervallo, rivelando un’occasione extra-ordinaria per fare dell’ascolto dei rumori del mondo un evento. Una provocazione geniale (era il 1952) almeno quanto quelle prodotte da Marcel Duchamp che con la teoria del “ready made” mise in crisi lo statuto dell’opera d’arte esponendo gli oggetti trovati nella vita quotidiana.
Nella cultura occidentale quei fatti sono stati decisivi per rimettere in discussione alcuni automatismi, riconoscendo che la percezione, l’ascolto e la visione, non possono essere incanalati esclusivamente dalle sovrastrutture culturali predeterminate.
Per fare dello spiazzamento un valore di nuova sensibilità.
Per fare dell’ascolto “un piccolo teatro” come disse Roland Barthes.
Ed è proprio sulla base dell’ascolto, la nostra percezione più diretta, quella filogeneticamente primaria (il feto “sa” già ascoltare attraverso le vibrazioni nel liquido amniotico, come indica Murray Schafer) che si può elaborare un pensiero nuovo sul rapporto tra la nostra sensibilità e la realtà esterna in mutazione.
Le orecchie non hanno palpebra: il rumore del mondo ci invade e sta a noi, alla nostra elaborazione psicologica chiamata ascolto, selezionare.
Si tratta di una qualità che prescinde dalla sfera razionale, o meglio, quella determinata dalle funzioni dell’emisfero sinistro del cervello in cui riconosciamo, in cui colleghiamo un’esperienza ad un concetto. Tutto questo è inscritto nella nostra “cornice mentale” strutturata sul riconoscimento alfabetico: sulle parole date alle cose.
Ma non basta. Non può bastare. Vogliamo conoscere e non solo riconoscere. Vogliamo espandere la nostra dimensione cognitiva potenziandola con quella percettiva. E’ qui il punto.
L’ascolto è una soglia attraverso cui si accede al mondo e questo comporta una coscienza che fa della percezione un valore decisivo, quello filogeneticamente primario, per conoscere.
E’ naturale. Ma lo abbiamo dimenticato.
A ricordarcelo sono operazioni come il Treno di Cage che si pongono come punti di riferimento per una ricerca continua, attraverso cui si rinegozia, fase per fase, il rapporto tra il naturale e l’artificiale.
E’ questa la scansione della nostra evoluzione culturale in cui passa, fondamentalmente, il rapporto con le tecnologie che se utilizzate con particolari sensibilità ci offrono l’opportunità di espandere la nostra coscienza percettiva. Si tratta però di emanciparle dalle logiche meccanicistiche per rivolgerle alle nostre domande di mondo: il nostro desiderio di conoscenza.

Carlo Infante
per@carloinfante.info

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